"TOUCH OF CLASS"        Part II:












LONG ISLAND RECORDS:      L’ULTIMO BALUARDO DEL CLASS ROCK D’AUTORE! 



LONG ISLAND RECORDS: L’ULTIMO BALUARDO DEL CLASS ROCK D’AUTORE! 



Vi mettereste a ridere se vi dicessi che a metà anni novanta, in pieno ciclone alternativo, tra cimiteri di riccioli permanentati e tonnellate di spandex gettate nei cassonetti dell’immondizia, esisteva ancora qualche spregiudicato disposto a investire quattrini e sperperare energie nel nome del “Mainstream Rock”? Strana storia quella della Long Island Records, partita in quinta con lodevoli intenti di preservazione culturale per poi schiantarsi contro un muro di indifferenza dopo appena due anni di militanza nel circuito del music business. “Troppo amore rende ciechi”, recita un famoso proverbio; eppure questi Don Chisciotte dell’Hard ‘n’ Heavy, abbagliati da chissà quale fantasia di successo, ignari del coefficiente di difficoltà della missione intrapresa, non mancarono di stupire le spelacchiate platee “A.O.R. post-eighties” con ripetute manovre ad alto tasso di spettacolarità. Azzardate nel loro essere così fuori moda; impressionanti nei risultati prodotti.

Cominciamo dall’inizio: il marchio “Long Island” viene registrato nel 1989, anno in cui la pubblicità di un nuovo Record Shop comincia ad apparire sulle pagine dei vari magazines nazionali. L’entusiasmo è tanto, le idee ancora di più: il mailorder d’importazione funziona alla grande e gli affari crescono a dismisura, a testimonianza di un mercato – quello teutonico – ancora ricettivo nei confronti di una musica data per spacciata da più di un addetto ai lavori.
Dalla Baviera al Canada il passo è breve: nel 1993, infatti, dopo essersi tramutata in etichetta discografica, Long Island apre i propri uffici a Toronto; qualche mese più tardi è la volta dell’Inghilterra, dove a occuparsi degli affari della label è un certo Khalil Turk, futuro boss della Escape Music. Il resto è storia, con circa centocinquanta dischi all’attivo tra cui una splendida collana, “Rock Classic”, incentrata sul recupero archeologico di “gemme A.O.R.” provenienti dai meandri degli eighties. 


“Mirror Images” dei bonjoviani Steel Dawn – “cinque tedesconi con un senso dell’eleganza fermatosi al 1985!” (Fuzz Fuzz, Metal Shock n° 185) – costituisce, con molta probabilità, la punta di diamante del nutrito catalogo dell’etichetta: prodotto dall’ex-Bonfire Michael Bomann, cantante dei compagni di scuderia Jaded Heart, il disco viene accolto dalla critica con uno strano misto di ilarità e approvazione. Perlomeno in Italia: “Ascolto gli Steel Dawn e ho una visione” scrive FF in sede di recensione. “Rivedo i dimenticati Surgin’ di Jack Ponti – prosegue – e rivedo i Prophet, coloro che con “Cycle Of The Moon” celebrarono il più perfetto matrimonio tra Pomp e A.O.R.”.
Un parallelismo azzardato, per certi versi sacrilego: eppure l’incedere ruffiano di “Dirty ‘n” Rough” e il refrain spettacolare di “Keep On Running”, credetemi, non avrebbero affatto sfigurato all’interno di un qualsiasi “7800° Fahrenheit” o “When Midnight Comes”. Class Metal sorretto da tastiere incisive, dunque, con tanto di lentoni nostalgici (“Hold On To Your Heart”, “Ordinary Child” e “Princess”), mid tempos a metà strada tra Dokken e Bon Jovi (“The One Who Hold The Key”) e un fast anthem, “The End”, che viaggia su classici binari Scorpions/Accept.
1994 o 1987, dunque? Un enigma di difficile risoluzione, soprattutto quando a farla da padrone è un look come il loro: spandex tra il jeans e il leopardato, giacchette cucite su misura e, come se non bastasse, permanenti acconciate la sera prima della photo-session! Un “senso dell’eleganza” degno di un dinosauro, ancorato a un’epoca che non esiste più; uno stile musicale che adesso, in pieno “ciclone alternative”, ti teletrasporta direttamente dalla grande arena americana al circolino del dopolavoro ferroviario. Ed è qui, in questa nuova dimensione del Rock di classe, che ci aspettano gli Steel Dawn! 






Cambiano i paesi ma non l’amore per l’Heavy “de luxe”, un tempo via privilegiata per la realizzazione del proprio “american dream” musicale. Dal paese dei wurstel a quello dei tulipani: l’Olanda, terra di campioni come Van Basten, Van Halen, Vandenberg e – ehm – Vinnie Kay! Il suo “Where Do We Go From Here”, altra punta di diamante della scuderia Long Island, è puro A.O.R. yankee in versione “cantautorale”, con tanto di voce stellare e innesti tastieristici degni dei migliori key-heroes degli anni ottanta. Il problema è che siamo nel 1995, e una posa come quella adottata da Kay nella foto di copertina – un incrocio tra Vinnie Appice e Paul Shortino! – , non fa più effetto a nessuno.
Poco importa comunque, perché i brani del disco, nei quali il cantante/chitarrista si diverte a imitare il timbro inarrivabile di Mark Free, sembrano tutti di pregevole fattura: puro Class Rock a stelle e strisce, insomma, farcito da cori e contro-cori che negli eighties, oltre al successo commerciale, avrebbero permesso al nostro eroe di guadagnarsi l’appellativo di “astronauta” della stratosfera Aor. Un titolo prestigioso, autorevole, spesso affibbiato da Beppe Riva ai più meritevoli compositori di Rock adulto; un’investitura alla portata di Vinnie per due motivi: il look alla Stan Bush (periodo ’87-’92!) e, soprattutto, il micidiale refrain della Title Track, top song del disco assieme alla ritmatissima “Losin’ The Game” e al minor-classic “After The Love Is Gone” (un concentrato “Signal-Bad English” ad alto voltaggio melodico!). 









Altra nazione, ennesimo “colosso” Long Island all’attacco! Si chiamano Vandamne, provengono dalle ceneri dei disciolti Dealer e hanno come base operativa il Regno Unito. Il look di questi Class Rockers “hungry for U.S.A.” appare ancora una volta impeccabile: 100% Hair Metal, magistrale in ogni dettaglio, addirittura troppo sofisticato per il “contro-edonismo” degli anni ‘90; ed infatti i sospetti che si tratti di un album “postumo”, registrato nella precedente decade ma mai pubblicato, sono molti. Poco importa comunque, poiché “disinteressandosi con grande coraggio – per non dire incoscienza – a quelli che sono i trends attuali” (Luigi Pestelli, Flash, 1995), la band riesce a debuttare con un disco di American Rock perfetto, distante anni luce dal tipico approccio “Class ‘n’ Melody” portato avanti dai migliori gruppi albionici (FM, Shy, Shogun, Tobruk ecc.).
Per i Vandamne, dunque, non esiste alcun compromesso con la “British way to Aor”. L’imperativo è soltanto uno: diventare i nuovi Dokken! Detto, fatto: “Dont’ Run From The Fire”, novella “Tooth And Nail”, irrompe con fragore nei padiglioni auricolari dell’ascoltatore, evidenziando le capacità balistiche di un chitarrista – Ashley Jon Limer – rimasto folgorato dalle acrobazie di Geroge Lynch. Sul versante opposto, quello della melodia, si colloca la passionale “When The Hurt Is Gone”, doppiata dal capolavoro dei capolavori “Living On The Edge Of Your Heart”, degna erede dei momenti migliori di “Under Lock And Key” (qualcuno ha detto “Don't Lie to Me”?) e “Back For The Attack”. In conclusione troviamo addirittura un inno da stadio, “One World”, il cui potenziale commerciale non permetterà comunque ai Vandamne di conquistare la luminosa metropoli americana raffigurata sulla “Nightcrimes” cover! 









RonnieJamesDaddo







































COMMENTI

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Autore: Neon Knight
Inserito il: 04/06/2008
Messaggio: Articolo interessantissimo, complimenti davvero.
Degli STEEL DAWN da qualche parte ne avevo già sentito parlare, quanto prima li prendo.

Autore: Mark Ubago
Inserito il: 04/06/2008
Messaggio: Un'altra serie infallibile di concetti spettacolari applicati a dischi altrettanto tali.

p.s. sull'LP di "Stars" Shortino è scritto con l'H, non "Sciortino"

p.p.s. "Cycle Of The Moon"

Autore: RonnieJamesDaddo
Inserito il: 05/06/2008
Messaggio: Lo so...e infatti questa non era la versione definitiva. In quella ufficiale, differente in alcuni dettagli, Shortino è scritto nel modo giusto!!!! Umbe dovrebbe inserirla a breve!!!!

Autore: MetalBurn!
Inserito il: 05/06/2008
Messaggio: Fatto e corretto! Magari la prossima volta Daddo inviami il testo già definitivo!

Autore: RonnieJamesDaddo
Inserito il: 05/06/2008
Messaggio: Sì, di sicuro! Però te l'avevo detto di non publbicare quello!!!!! Comunque l'impaginazione è perfetta stavolta! Bisognerebbe ritoccare anche quella di quello prima!!!!

Autore: JAG WIRE
Inserito il: 05/06/2008
Messaggio: articolo molto competente, complimenti daddo.
p.s : "british way of A.O.R"?? potevi pure utilizzare il termine "U.K PRIDE"....

Autore: RonnieJamesDaddo
Inserito il: 05/06/2008
Messaggio: Sul genere "UK PRIDE" farò una tirpletta apposita! Però bisognerebbe ristampassero (anche illegalmente) i Garrison!

SHOGUN, GARRISON...e il terzo? Jag, chi potrei mettere come terzo esponente?

Autore: Mark Ubago
Inserito il: 05/06/2008
Messaggio: Lo sapevo che lo sapevi.

Autore: RonnieJamesDaddo
Inserito il: 06/06/2008
Messaggio: Però, volendo essere onesti, quella del titolo dei Prophet mi era sfuggita!!! Tra l'altro, pur avendolo in LP, ho sempre creduto che si chiamasse "Circle..." e non "Cycle"!!! E' poi scappato fuori un clamoroso "Circe"...per colpa di quel cazzo di correttore automatico!!!!

Autore: JAG WIRE
Inserito il: 06/06/2008
Messaggio: sicuramente uno a scelta tra AFTER HOURS -TAKE OFF o BLUE BLUD - THE BIG NOISE.
il mio album preferito di quell'incredibile scena rimane pero' BORDERLAND dei RIO (ma qui si entra in territori GOLDEN ERA...).



Autore: RonnieJamesDaddo
Inserito il: 06/06/2008
Messaggio: BLUE BLUD meriterebbe una tripletta a sé!!!!

comunque potrei metterci anche Night Of The Blade!